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«Favolacce», la fiaba dei gemelli dark sul nuovo set dei D’Innocenzo

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«Favolacce», la fiaba dei gemelli dark sul nuovo set dei D’Innocenzo

I fratelli romani, 31 anni, girano l’opera seconda dopo «La terra dell’abbastanza» «Segreti e misteri familiari. Disagi dell’infanzia anche nella piccola borghesia»

C’era una volta a Casal Palocco... Un posto tranquillo, belle case, a metà strada tra Roma e il mare, un’oasi di pace alla «tutti vissero felici e contenti». Nelle mani e nella testa di Fabio e Damiano D’Innocenzo, invece, il luogo perfetto per raccontare le inquietudini nascoste dietro gli usci di quelle case. Non una favola, dunque ma Favolacce, secondo film dei gemelli rivelatisi l’anno scorso con La terra dell’abbastanza, applaudito alla Berlinale. Classe 1988, cresciuti tra Tor Bella Monaca e il litorale laziale, i D’Innocenzo, registi autodidatti («Abbiamo fatto l’alberghiero. Il cinema è arrivato relativamente tardi») sul set del nuovo film, uscita prevista nel 2020, si divertono a confondere le acque. «Una favola dark tra Italo Calvino e Gianni Rodari. American beauty senza l’America e senza beauty», azzardano. Stesso ciuffo spettinato, stessa barba, stesso modo di parlarsi addosso chiudendo uno la frase dell’altro, stessa lucida incoscienza. Ma non sono più outsider bizzarri e sconosciuti. Hanno collaborato con Matteo Garrone per Dogman, pubblicato un libro di poesie per la Nave di Teseo (Mia madre è un’arma), li attende una serie per Cattleya sull’esorcismo, Dio sottoterra, e il western al femminile, titolo provvisorio Ex vedove. «Certo la pressione c’è. Il primo giorno di set la prima cosa che abbiamo pensato è: oddio adesso scoprono il bluff...».

Nel cast Elio Germano

Sono arrivate molte proposte. «Le abbiamo ignorate tutte, volevano facessimo un crime, cosa che peraltro La terra dell’abbastanza non era». Titolo, Favolacce, e storia li avevano in mente, dicono, da almeno dieci anni. «I protagonisti sono bambini di dodici anni. Il film si discosta tantissimo dal primo, indaga il ceto sociale più comune, la piccola media borghesia. Parla di come si possano rispettare codici di segretezza e debolezze umane all’interno del nucleo familiare, del nascondere tutto dietro una porta chiusa a chiave. Il malessere è ovunque, è bello indagarlo in posti insospettabili». Al centro diverse famiglie, come quella composta da Elio Germano e Barbara Chichiarelli e i loro figli dodicenni. «È una storia a incastri: varie vicissitudini, meccanismi ombelicali che vanno a collidere in questa piccolissima cittadina di provincia». Creata mescolando Casal Palocco a Nepi. «Non è Roma, nonostante qualche leggera asprezza dialettale romana. È un luogo non identificato, dal sapore della suburbia americana più che della nostra periferia». Dirigere Elio Germano era uno dei loro obiettivi. «Abbiamo un rapporto viscerale con lui, siamo estremamente simili, condividiamo l’urgenza di metterci a nudo a discapito di tutto. Elio, come noi, si è rassegnato a essere inquieto. Questo toglie le certezze e ti rende libero. Il cinema deve scuotere, creare tempesta, mai rassicurare». Si gira una scena nella scuola frequentata dai ragazzi, Germano si presenta al colloquio con una professoressa. Sembra un giorno tranquillo, forse è una calma che annuncia tempesta. «Un terremoto silenzioso colpisce questa comunità di insospettabili e travolge adulti e bambini. Nessuno è risparmiato. Lo raccontiamo senza giudizi, abbiamo approccio compassionevole verso i personaggi, disseminiamo parte di noi in ognuno di loro, anche quelli sgradevoli. Vogliamo bene a tutti». La loro famiglia («Economicamente umile, unitissima, abbiamo un fratello che fa lo chef e una sorella comunista, fa le battaglie, ha un centro culturale. Stimolante dal punto di vista intellettuale. In casa c’erano libri di Pasolini, Camus, Bukowski», la descrizione che ne hanno dato) racconta un film diverso da questo. Ma di certo qualche indizio autobiografico non mancherà. «Facciamo tutto a modo nostro. Se non piacerà i responsabili saremo noi. Ancora non ci spieghiamo come i produttori della Pepito ci abbiano dato fiducia la prima volta. A ripensarci, eravamo ancora più impresentabili di adesso...».

di Stefania Ulivi, 9 ottobre 2019