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Buttarla in commedia è una cosa seria

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Buttarla in commedia è una cosa seria

GIUSEPPE BATTISTON sarà su Rai 2 nella fiction Volevo fare la rockstar, che tratteggia con ironia un nordest impoverito. «Raccontiamo le difficoltà di arrivare alla fine del mese»

ROMA. Camicia a fiori, sandali Birkenstock, Giuseppe Battiston sembra un turista piombato per caso nella saletta Rai. Cinquantuno anni, è uno degli attori più premiati del cinema italiano (tre David di Donatello, due Nastri d’argento), vive il teatro come una passione (tornerà in scena con Orson Welles’ Roaste Winston vs Churchill), e ora ha scelto la tv. Sarà protagonista con Valentina Bellè di una serie di fuori dagli schemi, Volevo fare la rockstar di Matteo Oleotto (dal 2 ottobre su Rai 2 e RaiPlay). «È davvero una fiction diversa» ci spiega. «Ci sono facce vere, come le case e i vestiti. Racconta le difficoltà della vita, sviluppa il rapporto tra una madre assente e la piglia Olivia, ragazza madre di ventisette anni decisamente più matura e responsabile di lei».

Nella serie, Battiston s’innamora dubito della bella spettinata, con due figlie gemelle che lei chiama «le brulle» («Né brutte, né belle»). «Le hanno cambiato la vita», continua l’attore «questa povera ragazza a sedici anni sognava di diventare una rockstar e invece si ritrova a fare mille lavoretti e fatica ad arrivare alla fine del mese e abita in una casa disordinatissima».

La storia nasce da un blog che ha incuriosito la produttrice Maria Grazia Saccà (con Pepito realizza la serie insieme a RaiFiction). «Ci siamo messi in contatto con l’autrice, Valentina Santandrea, e abbiamo capito che era la sua vita, con i piccoli e grandi drammi, virata in chiave comica». Completano il quadro svariati personaggi, tra cui la madre svampita (Emanuela Grimalda), operaia che combatte con la proprietaria della fabbrica (Angela Finocchiaro) in cui lavora.

Battiston, lei interpreta un milanese che si trasferisce in Friuli per aprire un minimarket. Diciamo la verità, una mosca bianca.

«Quello che mi ha davvero incuriosito è che abbiano tratto la serie da un blog, forse lo strumento più popolare che c’è…anche se io di internet non mi fido».

In che senso?

«Sono a-social. Uno di quelli a cui ancora piace usare la penna, parlare al telefono, incontrare le persone e guardarle in faccia. Mi sembra una cosa carina».

Lo è, in effetti. Proprio lei, “a-social”, ha girato Perfetti sconosciuti in cui i cellulari custodiscono segreti inconfessabili…

«Quella commedia è la prova che con una bella sceneggiatura si possono fare bei film. Non si può comunicare coi selfie, il cellulare è diventato il nostro mondo, per questo il film ha scatenato grandi riflessioni. E io resto a-social».

Cosa rende Volevo fare la rockstar una serie speciale?

«Il fatto che racconti la provincia, un Nordest poco frequentato dalla tv. Ma soprattutto i protagonisti sono vicini alla gente comune, a chi ha difficoltà a trovare lavoro o ha problemi sentimentali. I personaggi vivono una realtà in cui molti spettatori possono immedesimarsi. La realtà non è idealizzata, ma filtrata attraverso l’ironia».

La commedia può ancora raccontare tutto?

«Sì. Sullo sfondo c’è l’Italia con i suoi problemi, e rischierà di suscitare qualche inquietudine: il Nordest che fino a qualche decennio fa era la locomotiva d’Europa, oggi è alquanto immiserito. Ma il bello della regia di Matteo Oleotto, con cui avevo girato Zoran, il mio nipote scemo, è il chiaroscuro. Ti aspetti il buio e trovi la luce».

Francesco, il personaggio che interpreta, lascia Milano per un piccolo paese. Lei ha fatto il percorso inverso: è nato a Udine, e dal Friuli si è trasferito a Milano per studiare alla scuola Paolo Grassi.

«Francesco fugge da Milano, città che va a mille, per rimettere insieme i pezzi della propria esistenza. Cerca di rifarsi una vita per amore della propria figlia e per se stesso, la provincia rappresenta la possibilità di cambiamento. Da ragazzino il mio primo interesse è stato il teatro e per studiare dovevo frequentare una scuola. Difficile per un attore di provincia fare la gavetta, ti devi confrontare con la città. L’incontro con il cinema è avvenuto negli anni della scuola dove conobbi Silvio Sodini, che aveva la passione per il teatro. Insieme a parecchi compagni del mio corso ci scelse per piccoli ruoli. È iniziata così».

Anni irripetibili?

«Adesso non è richiesto il talento, è tutto cotto e mangiato. L’animo di un giovane deve essere multiforme, il tentativo è sempre quello di assomigliare alla realtà americana. Che poi, vogliamo dirlo?, è molto diversa dalla nostra. Per me conta il percorso: ai giovani allievi spiego che una volta c’erano più opportunità. Eduardo alla fine dello spettacolo chiedeva agli spettatori: “Se volete vi recito le poesie” e la gente restava in teatro. S’immagina oggi?».

Dopo Sodini, Carlo Mazzacurati le ha regalato personaggi indimenticabili. Cosa vi univa?

«Mazzacurati era animato da una forma di pietà, non ha mai giudicato i personaggi. Aveva la capacità di raccontare, potevi stare ore ad ascoltarlo. Non importava se la storia fosse vera: se ci credevi c’era purezza. Eravamo amici, Carlo mi ha lasciato un vuoto».

Fiction e teatro, niente cinema per il momento?

«No no. L’anno prossimo uscirà È per il tuo bene di Rolando Ravello, una commedia corale che analizza con ironia i rapporti familiari, in cui tre padri si oppongono al fidanzamento delle figlie. Con me ci saranno Marco Giallini, Vincenzo Salemme, Claudia Pandolfi, Isabella Ferrari, Valentina Lodovini e Matilde Gioli».

Come riassumerebbe la sua carriera?

(ride) «Per un certo periodo ho esplorato tutte le nuance dell’amico del protagonista».

La vittoria del premio Ubu per Orson Welles’ Roast, ha segnato una svolta?

«Sicuramente. Sono onorato di aver vinto con questo testo perché parla del talento. Welles è un eroe dell’autosufficienza, riusciva a supplire alla mancanza di mezzi con idee geniali. Orson Welles’ Roast mi ha fatto capire che non volevo più fare la maschera. Ho fatto tante rinunce, ma è stata una scelta felice».

Le offrivano sempre gli stessi ruoli?

«Siccome domina una certa ignoranza, hai poche occasioni di dimostrare cosa sai fare davvero. Per capirci, potevo interpretare “il figlio di mamma” come in Pane e tulipani tutta la vita. Se non prendi in mano il tuo mestiere, è finita. A un certo punto si sono resi conto che sapevo recitare. Poi c’è la riflessione sulla fisicità. Va tirata in ballo perché è pieno di gente priva di fantasia: solo per come sei, immagina cosa puoi fare. Il bello invece è sorprendere».

 

Articolo uscito sull’inserto di Repubblica Il Venerdì