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Dal cinema alla tv. Battiston debutta nella serialità: “È come un puzzle che va completato”

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Dal cinema alla tv. Battiston debutta nella serialità: “È come un puzzle che va completato”

Sempre più attori sperimentano il piccolo schermo

ROMA. In un tempo, che oggi sembra lontanissimo, il passaggio di un attore dal piccolo al grande schermo era considerata impresa ardua e chi riusciva a realizzarla veniva spesso valutato con una certa sufficienza. Il percorso opposto, dal cinema alla tv, aveva invece il sapore del ridimensionamento, un cammino all’indietro che non prometteva niente di buono. La rivoluzione del sistema audiovisivo, piattaforme digitali in testa, ha mutato per sempre questo panorama asfittico. Oggi, per ogni interprete, partecipare a una serie tv è un punto d’onore, un fiore all’occhiello, la ciliegina sulla torta di una carriera protesa verso significativi sviluppi. Insomma, chi non è seriale è perduto.

La lista degli esempi è lunghissima. Si va da Stefano Accorsi, impegnato nella serie ispirata ai fatti di tangentopoli (dal 1992 al 1994) a Marco Giallini, eroe di film da grandi incassi, ma anche venerata telestar di Rocco Schiavone. Da Valerio Mastandrea che, dopo aver collezionato performance sempre più intense, premi e candidature, si è messo alla prova nella Linea verticale firmato dal compianto Mattia Torre a Alba Rohrwacher, Entrata nel mondo delle serie (dopo aver preso parte alle fiction Il pirata – Marco Pantani e Maria Montessori – Una vita per i bambini) con Il miracolo di Niccolò Ammaniti e poi con L’amica geniale di cui è voce narrante. E si potrebbe andare avanti con molti altri nomi celebri.

Per Giuseppe Battiston, dopo esperienze di fiction, il debutto nella serialità coincide con Volevo fare la rockstar, sei serate destinate a Rai 2, coprodotte da Rai Fiction con Pepito, in inda in autunno: «Non avevo mai fatto una serie - spiega l’attore -, è un’esperienza tutta nuova. Quando costruisci un personaggio per un film sai di avere a disposizione un determinato arco narrativo. In questo caso è diverso, il ruolo di evolve, crescendo con altri, in diverse circostanze». Secondo Battiston «la serialità assomiglia a un puzzle. Bisogna mantenersi aperti all’idea che il personaggio debba adattarsi continuamente, lo sviluppo dell’intreccio modifica la scrittura originaria e con essa le caratteristiche dei protagonisti».

Nella storia di Volevo fare la rockstar, centrata sulla 27enne Olivia (Valentina Bellè), mamma single di due gemelle che a 16 anni ha rinunciato al sogno della musica, Giuseppe Battiston è Francesco, milanese burbero, trasferito in un Paese del Nord Est italiano dopo aver appena acquistato un supermercato: «è un uomo che cerca di mettere insieme pezzi della sua vita passata. Sta cercando di rifarsi un’esistenza, per amore della figlia ha deciso di cambiare aria, ricominciare in un luogo dove tutto sembra più a misura d’uomo».

Lo scenario del racconto ha un significato importante: «È la realtà di una zona che fino a poco tempo fa era considerata prospera, si diceva che fosse la “locomotiva del Paese” e invece il meccanismo si è inceppato generando un paesaggio di campagna immiserita con tanti problemi da affrontare».

Intorno a Olivia e Francesco, che si innamora di lei, si muovono le figura di Nadja (Emanuela Grimaldi), madre tardo-hippy di Olivia, esperta di chackra e convinta di saper vedere l’aura delle persone, di Nice (Angela Finocchiaro) ricca, altera e senza scrupoli, e poi di ragazzi e ragazzini, per comporre il quadro di tutte le età della vita: «Si è creato un gruppo incredibile – spiega il regista Oleotto -, formato da persone che avevano una gran voglia di lavorare, tanto che la seta si vedevano per conto loro per provare le scene».

Nella parte di Francesco, Battiston ha individuato quello che cerca in ogni nuova prova: «Sono sempre a caccia di cose che non ho già fatto, mi spinge la curiosità di esplorare animi diversi, per me più una parte è inedita e originale, e più risulta interessante. E poi mi attira sempre quello che credo di non saper fare».

Un’ipotesi difficile da verificare perché Battiston ha inanellato figure sempre perfettamente scolpite: «Ci scontriamo quotidianamente con la pigrizia, il contesto in cui ci si muove non è stimolante, ma bisogna trovare il modo per smarcarsi». Lo hanno aiutato alcuni incontri chiave, con registi come Silvio Sodini («Ci unisce un modo simile di intendere questo mestiere») e come lo scomparso Carlo Mazzucurati: «Avevamo una grande sintonia umana. Con le sue storie era capace di incantare, nei confronti dei personaggi sapeva provare pietà ed esprimere assenza di giudizio».

di Fulvia Caprara, 20 agosto 2019